Il Barbone

da | Gen 22, 2020

Volendo fornire una descrizione, che vada oltre quella dettagliata dello Standard Ufficiale pubblicata sul sito dell’ENCI, riporto una straordinaria rappresentazione del Barbone tratta dal libro di Elena Garloni “PIACERE DI CONOSCERTI: capire i cani con le motivazioni di razza”

I BARBONI

Non si può essere vaghi quando si ha un Barbone.

Quanto è grande? È grande mole, media mole, nano, toy?

E il colore? Bianco, marrone, nero, argenteo, grigio argenteo, grigio-beige, rosso, beige, crema, albicocca, blu, champagne, cioccolato, caffelatte, pesca?

Magari è multicolore, come piace negli Stati Uniti, e potrete definirlo panaché, come la birra con la gazzosa?

È un riccio classico o è un cordato e lo scambiano ignominiosamente per un Pastore bergamasco?

E la toelettatura? Alla leoncino, alla maniera moderna, all’inglese o puppy?

E non si pensi che la toelettatura sia nata per intenti puramente estetici!

Serviva per le attività in acqua. Il pelo lungo sulla testa e sul tronco proteggeva le parti più delicate esposte al raffreddamento, mentre il pelo rasato sui posteriori fino alle costole consentiva al cane una più lesta e agevole uscita dall’acqua, senza il peso del pelo imbibito.

Diretto discendente del Barbet, e quindi un gran lavoratore, lascia la campagna dove stana le anatre e le porta fuori dagli stagni, per entrare algido nei salotti nobili e nelle corti di tutta Europa, e viene rappresentato nei dipinti in braccio alle damine e languidamente adagiato sui sofà.

Con la Rivoluzione francese accompagna sulla via dell’esilio i suoi nobili padroni e si fa conoscere in tutta Europa e poi negli Stati Uniti.

Dopo la seconda guerra mondiale, e il successivo boom economico, è fra i primi a entrare nelle case come cane di famiglia e ancora adesso non riesce a essere spodestato del tutto dal suo ruolo, a dispetto dell’arrivo di Jack Russel e Bouledogue francesi.

Noi, cresciuti con i cartoni animati giapponesi, non riusciamo a slegare l’immagine del Barbone da Dolce Remì e dal suo cagnetto bianco travestito da circense, anche se veniamo presi da una straziante malinconia e da un senso disperato di ingiustizia verso il mondo.

Ma da Capi, barboncino bianco, abbiamo imparato a non sottovalutare mai i batuffoli di pelo, perché sono in grado d’imparare tutto, e con loro si può sopravvivere alle peggiori disgrazie.

La motivazione sociale interspecifica è lo strumento che ha permesso ai Barboni di trovarsi a loro agio negli affollati palazzi nobiliari dei secoli passati, sui tram della frettolosa Milano e sulle lente passeggiate del lungomare ligure.

Con i loro conspecifici ci sanno fare con sicurezza, sostenuti da un’ottima comunicazione, ma spesso sono ostacolati dalle toelettature da esposizione, che li rendono più simili a pupazzi semoventi che a cani con una ferma dignità.

Il loro tratto più straordinario è senz’altro la motivazione collaborativa, che questi cani intendono come stare insieme a qualunque costo.

La collaborazione è strettamente legata alla motivazione affiliativa, con un sentimento vicino alla devozione.

Imbastiscono una relazione figliale quando entrano in casa da cuccioli, e in condizioni di sviluppo comportamentale equilibrato sono in grado di divenire compagni e poi genitori loro stessi, versatili ad assumere ruoli diversificati e adeguati.

La libertà di crescere, di passare da cuccioli a individui adulti, non è scontata all’interno di una relazione come quella che noi umani costruiamo dentro le strette mura domestiche.

I nostri connotati iperprotettivi, che si intensificano quando i loro tratti neotenici sono particolarmente vividi, accesi dagli occhioni, dal pelo morbido e dalla inusitata gaiezza, sono la causa più comune del mancato raggiungimento del completamento della maturità sociale.

Rischiano di rimanere dipendenti dalla nostra presenza; ed ecco allora che la motivazione affiliativa può prendere dei tratti ossessivi, e questi cani non riescono a stare soli neppure il tempo che occorre a portar giù la pattumiera, e diventano spesso i protagonisti involontari di scenate davanti all’amministratore condominiale per disturbo della quiete.

Molti di loro rimangono imprigionati in un ruolo riduttivo di bambini di famiglia, anche quando raggiungono i sette anni, e faticano ad affrontare il disagio di stare lontani dal loro gruppo.

Il rischio, dunque, è di passare da cani devoti a pazienti con disturbo dell’attaccamento.

La responsabilità della famiglia umana, dunque, è di sfuggire alla trappola tesa dalla selezione di razza e dalle nostre caratteristiche umane di forsennata epimelesi (quell’impulso che soprattutto i mammiferi sociali provano trovandosi di fronte a un essere vivente, anche di specie diversa, che in qualche modo riproduce le fattezze del neonato e che li induce a non attaccarlo, anzi a prendersene cura – Linguaggio tecnico… o cinoegizio?.

Ma come si fa a diventare grandi?

Una buona autostima, delle giuste frequentazioni, delle esperienze guidate ma autonome, un discreto bilanciamento fra cautela e coraggio, la conquista della fiducia dei referenti, la possibilità preziosa di fare degli errori, e di esserne perdonati. Tutti i cani ce la possono fare, a qualunque età comincino.

La domanda vera è: noi, compagni umani, siamo certi di desiderare davvero che loro siano felici anche senza di noi?

 

Layla Zarfati

 

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