LifestylePandemia sei tutta mia

Gennaio 22, 2021by Layla Zarfati
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A chi mi viene a dire che il Covid non esiste o che non è niente di più di una semplice influenzina, giuro che potrei dargli una testata sul naso, di quelle in perfetto stile mafioso..
Sono quasi dieci giorni che sto bloccata a letto, ho contratto questo infame non so come e non so da chi, (ma come, proprio tu che non esci mai??) dato anche che l’intera mia famiglia sta bene.
E io, invece, che quando faccio le cose sono abituata a farle perbene, altrimenti preferisco non farle affatto, me lo sono fatto arrivare completo di tutti gli accessori.
La cosa strana di questo strano virus sono gli alti e bassi. I primi giorni era un’alternanza continua tra lo stare meglio e gli improvvisi peggioramenti. Poi il tracollo.
Ho delle febbri da delirio, a volte riesco a muovere a malapena gli occhi. La tosse squarcia la cassa toracica, un fuoco interno che sembra liquefare tutti gli organi. Sudo freddo. Misuro la febbre, avrò 40…no, 36.7. Datemi un altro termometro che questi sono rotti, per favore.
Ma andiamo per ordine. Dopo due giorni di inequivocabili sintomi faccio un tampone al più vicino drive in. Per chi non avesse ancora avuto il piacere, quei due chilometrici cotton fioc vengono introdotti con moto rotatorio nelle narici, su e ancor più su, tanto che sembra debbano essere recuperati dagli occhi.
Mi chiedo con tutta la tecnologia che abbiamo, possibile non ci sia un metodo meno invasivo? Che so…uno sputacchio su un vetrino, una leccata sullo schermo di un qualcosa…
L’infermiera cortesemente ci dà indicazione di uscire e di aspettare mezz’ora per il risultato. Se dovesse esserci “qualcosa” ti chiamiamo prima e vieni con la macchina a prendere il responso, altrimenti se entro mezz’ora non ci senti, rientri a piedi.
Il telefono squilla tre volte, “scusi sto chiamando per sapere se ha disponibilità di un barboncino toy…” Grrr.
Al 27mo minuto, mio marito mi invita a scendere, tanto se non hanno chiamato fino ad ora…
Faccio cinque passi e risquilla il telefono. A questo punto fa che sia per un altro cane…
“Layla?”
“Sì…”
“Prendi la macchina e torna qui, cara…”
Azz.
Premetto che non sono un tipo pauroso, però di una cosa sono spaventata. Qui non si è né visto né sentito nessuno. La ASL egregiamente latitante, avrebbero dovuto chiamare almeno 2 volte al giorno.
Mai sentiti. Il medico di base mi cura telefonicamente, con antibiotici e cortisonici, ora che la situazione è peggiorata.
Il filo sottile che separa le cure domiciliari dal ricovero ospedaliero lo tengo tirato io, e quell’affaretto comprato online per pochi spicci che stabilisce se ho sufficiente ossigeno nel sangue.
Non credo che debba funzionare così.
In questi giorni infiniti ho contato tutte le travi e i travetti e le doghe del mio soffitto (tranquilli, sono pari), ho visto la finestra colorarsi di rosso all’alba e poi di nuovo al tramonto, gli uccellini svolazzare e ho dato una forma a tutte le nuvole che sono passate. Di notte ho contato le stelle ma poi è arrivato il brutto tempo che si è inghiottito pure quelle, insieme alle luci delle città intorno al lago.
Ho fatto sorrisi mordendo fette di formaggio, e ho contemplato soddisfatta le mie mani decidendo che questa inattività forzata le ha ringiovanite. Ho cercato di dare una spiegazione ai rami spogli dell’albero che oscillano al di là dei vetri. Alcuni hanno delle ramificazioni alternate, altre speculari. Ovviamente me ne sono guardata bene dal chiedere altrimenti il ricovero non me l’avrebbe tolto nessuno.
Però devo essere sincera, di notte ho paura. I sintomi sembrano amplificarsi e allora, proprio come faceva mia nonna quando era alla fine dei suoi giorni, ho lasciato la luce accesa. Lei sapeva che la Signora in Nero sarebbe venuta a prenderla col buio delle tenebre e allora pensava di fregarla così. O forse voleva solo vederla in faccia, la bastarda, chissà…
I miei cagnolini sono qui, quasi non schiodano nemmeno per mangiare e mi fissano con uno sguardo interrogativo.
Sono infinitamente fortunata che la mia famiglia se ne stia prendendo cura, cuccioli compresi, che danno un bel da fare. E che pensino anche alla casa, che se non viene sistemata ogni giorno sembra che sia esplosa una bomba. E ringrazio mia mamma che ci aiuta con i pasti. Mi mancano gli abbracci e il contatto fisico e questo parlarci a distanza con le mascherine anche in casa sembra davvero assurdo. Ma così è e passerà. Ne sono sicura.
Spero di tornare a rispondere anche alle numerose chiamate e mail che stanno arrivando, ma non a quelle troppo insistenti, che purtroppo non mancano mai.
Il telefono ieri ha squillato sei volte con lo stesso numero. Alla sesta chiamata mando un messaggio “Scusi, non riesco a rispondere, sono a letto ammalata”.
“Mi dispiace” risponde la signora, sicuramente una donna, data l’insistenza, ho pensato.
Beh, carina…
Dopo nemmeno un minuto continua
“Scusi, non è che ha disponibilità di un barboncino toy?”
Basta. Mi arrendo. E siccome la mia resa non l’ha gradita, ha pensato bene di richiamare.
Per la settima volta.
Aiuto!

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“Allevare con coscienza e serietà è una missione e spesso disattende le aspettative economiche che immaginiamo potrebbero derivare da questa professione. Il mio motore è la continua ricerca, attraverso un attento lavoro di selezione, nel dare sempre più valore a questa razza che ritengo essere già perfetta, sia nell’aspetto morfologico quanto in quello caratteriale”

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